20 Gennaio 2007
In 3 giorni abbiamo deciso: si va a Soqotra.
Una sola settimana a disposizione, ma non importa: Yemen, il ricordo di un’altra vita che
probabilmente affiora e chiama. Il tempo di contattare un’agenzia su internet, valutare
il programma, controllare che il passaporto sia valido e senza timbri di Israele, e via
il 20 gennaio si parte.

Il volo tranquillissimo (7 ore e mezza circa) Roma-San’a è quasi vuoto, arrivati al Cairo
fa scalo e qui si riempie. Comincio a captare un certo imbarazzo ed evito di guardare negli
occhi quelle macchie nere che sono fra i sedili. Ma ancora non capisco, solo alla fine del
viaggio avvertirò la logica di tutto questo.
All’aeroporto ci mettiamo in fila per il visto (25 euro a testa), abbiamo con noi due foto,
ma non ce le chiedono. Ne approfittiamo anche per cambiare un po’ di valuta: 1 euro = a
250 ryal, e mettere avanti di 2 ore l’orologio.
Le solite formalità del controllo passaporti, la novità dell’essere perquisita da una donna
velata, il ritiro bagagli ed eccoci, con le facce sperdute, immersi in un mondo a noi sconosciuto.
Militari ovunque, armi in vista, l’importante è non fotografare nè loro, nè le loro postazioni.
Nel corso del viaggio impareremo che l’80% degli uomini yemeniti fa parte dell’esercito, anche
perchè lo stipendio è assicurato.
Veniamo avvicinati da un uomo dalla pelle più scura degli altri, con un sorriso buono e occhi dolci.
E’ Khaled, la nostra guida (padre yemenita e madre somala).
Carichiamo i bagagli su una Toyota Land Cruiser (ce ne sono tantissime in questo paese e
costano molto poco). Al volante c’è Ali, autista bravissimo ed esperto. Sembra un ometto
timido e innocuo, ma veniamo a sapere che è un maggiore dell’esercito e che sotto al suo
giubbotto marrone sempre abbottonato, è armato. Bene, ci sentiamo al sicuro.
L’impatto con San’a è stupendo, già mentre si atterrava l’avevo avvertito. Si respira magia.
Ma è quasi sera e questa prima sensazione è niente al confronto con quella del mattino
successivo, quando aprendo le finestre della camera dell’albergo, (Movenpick troppo lussuoso,
ma per 1 notte va bene) ci troviamo di fronte un paesaggio da film con una luce stupenda.
21 Gennaio 2007
Alle 8 del mattino si parte verso sud alla volta di Aden.
Percorriamo in auto 450 km. Attraversiamo passi montani stupendi, le strade sono buone.
Per questo, per le scuole che stanno prolificando, e non solo, viene elogiato il loro
presidente. Tutti lo amano e la sua foto è ovunque, ci dicono che è un buon presidente, se
non lo fosse farebbe la fine dei suoi 2 predecessori che sono morti.

Facciamo delle soste per ammirare questi paesaggi da presepe, mangiamo frutta acquistata
lungo la strada, e intanto ci togliamo tante curiosità sul popolo yemenita.
Ci sono intere vallate coltivate a qat (piccoli arbusti ad effetto stimolante di cui si
masticano le foglie), lungo la strada viene venduto direttamente dalle piantagioni in una
piccola sportina di plastica colorata.

Naturalmente ci fermiamo ad acquistarlo (10 euro circa a sacchetto). Gli uomini masticano
giornalmente, le donne il giovedì (ècome il nostro sabato poichè il loro giorno festivo
è il venerdì).
Veniamo iniziati anche noi al rito della masticazione, ma non è facile fare la bola
contro la guancia come fanno loro. L’effetto e’ molto blando.
Arriviamo ad un passo a circa 2880 mt. di altitudine. La vista è da togliere il fiato:
intere pendici terrazzate fino alla cima.

Arriviamo ad IBB città che risale al 1064. Case incredibili, altissime, costruite con
fango e paglia incastrate in stradine strettissime. Ci accoglie il canto del muezzin, mi
sento come fossi fuori dal mondo, è una bella emozione.
Sosta per il pranzo su un altipiano che domina la città. Il loro cibo è fantastico,
tutto buonissimo dalla zuppa di ceci con olio di sesamo (quello originale) al riso
con uvetta, ad un pasticcio di melanzana simile alla nostra pasta al forno al loro
pane, al loro pollo…..
Si riprende il cammino masticando qat.
Altra sosta per visitare Jibla, piccola cittadina nel cui cuore sorge una moschea con
all’interno la tomba della regina di Arwa. Camminare per questi vicoli è problematico.
Ci si accodano ragazzi che vogliono farci da guida. Entrano nella moschea (a noi è
proibito farlo) con la mia digitale e scattano qualche foto alla tomba.
Visitiamo la scuola del corano, scavalchiamo pietre e sassi, scattiamo foto ai bambini,
sorrido davanti ad alcuni portoni colorati con due batacchi, uno in alto per gli uomini,
uno in basso per le donne, con suoni diversi così che le donne all’interno capiscano
chi sta per entrare e potersi poi nascondere nel caso fosse un uomo.

Guardiamo il vecchio palazzo reale di 360 stanze (Arwa ne cambiava 1 ogni notte per
motivi di sicurezza) ormai lasciato andare alla deriva. Diamo una piccola mancia ai
ragazzi e cominciamo a scendere verso Aden.
Il viaggio prosegue mentre il panorama cambia sorprendendoci continuamente.

Ad ogni confine di regione ci sono posti di blocco. Militari chiedono in arabo
(l’inglese è conosciuto pochissimo) chi sei, da dove vieni, dove vai, dove lavori.
Ali è bravissimo a rispondere: sono italiani, stanno con me, lavorano con me, andiamo
ad Aden per lavoro. Piccole bugie per evitare di tirare fuori documenti.
Comunque quando sentono che siamo Italiani, ci fanno tutti un gran sorriso. E intanto
tutti masticano, con delle guance gonfissime.
Alle 18 circa un bellissimo tramonto ci accoglie sul mitico golfo di Aden. Sono state
10 ore intense, ma ancora la giornata non è finita.
Il tempo di una doccia e via per le strade serali di questa città rumorosa, caotica,
dal traffico incontrollabile.

E’ una città turistica (anche se di turisti ne abbiamo visti ben pochi) con bar dove
vendono anche alcolici (in maniera molto discreta, nello yemen l’alcol è proibito) e
dove puoi trovare di tutto. Noi abbiamo trovato un barbiere dove per la modica cifra
di 650 ryal mio marito si è tagliato i capelli. Mi ha incuriosito il modo di
disinfettare i rasoi, li intingono nell’alcool e poi gli danno fuoco con un accendino,
e il modo di proteggerti il collo dai capelli che cadono: con un giro di carta igienica.
Io ne ho approfittato per acquistare un vestito nero con annesso “velo” spendendo
l’equivalente di 5 euro. Poi abbiamo trovato un sarto che nel giro di 5 min. mi ha
accorciato il vestito alla misura giusta. Ha chiesto per il lavoro offerta libera.

La nostra guida doveva cercare del qat buono da portare l’indomani a Soqotra, perchè
nell’isola non viene coltivato e quindi può arrivare solo quando atterrano i 2 voli
settimanali (il lunedì e il giovedì).
Abbiamo lasciato lui ed Ali alla loro ricerca e noi siamo andati a dormire.
L’indomani sveglia alle 3.30
22 Gennaio 2007
Il portiere ha dimenticato di chiamarci, fortunatamente il mio sesto senso ha fatto
da sveglia. Tutto di corsa, con il pilota dell’aereo che dobbiamo prendere e che
sorprendentemente abbiamo incontrato li, che ci fa fretta.
Khaled tarda 5 min., ma Ali è bravissimo e li recupera subito. Arriviamo in aeroporto
ad Aden in tempo. L’aereo decolla alle 5, fa scalo a Al Mukalla e atterra a Soqotra
dopo circa 3 ore.

Siamo gli unici occidentali. L’aeroporto è sconvolgente, ancora per metà in costruzione.
Sul nastro bagagli passa di tutto: pneumatici, biciclette, caldaie, uova, polli e pacchi
non bene definiti. Ma poi ci viene spiegato che su quest’isola non c’è molto e bisogna
approfittare di questi voli per fare provviste di ogni genere. Altra cosa carina, i
loro saluti: alcuni si sfregano il naso, altri si baciano la guancia per almeno 3/4
volte dandosi la mano. Altri girano per manina. E’ il loro modo di manifestare l’amicizia.
Qui è vera, qui ci si aiuta come potremo scoprire qualche giorno dopo.
Finalmente Soqotra, un’isola che è stata aperta al turismo circa 4 anni fa, quando
è stato costruito l’aeroporto. Geograficamente è più vicina all’Africa, ma politicamente
appartiene allo Yemen.

Khaled ci dice che gli abitanti sono 65.000 mentre nei libri c’e’ scritto 160.000,
comunque è difficile saperlo con precisione, poichè essendo vissuta in quasi totale
isolamento era usata in prevalenza come una grossa prigione di 3650 kmq. per condannati
a morte. Ha un suo dialetto indecifrabile anche per gli yemeniti della terraferma ed
una flora particolare: piante endemiche che solo qui esistono. Inoltre per quasi 7 mesi
all’anno è preda dei monsoni, quindi quasi impraticabile poichè causa i forti venti gli
aerei non atterrano e le imbarcazioni non approdano. Il periodo migliore per visitarla
è da metà ottobre a metà marzo.
A 15 km dall’aeroporto c’e’ Hadibu la capitale (cioè strade sterrate, polverose e
case/capanne), dove ci sono in tutto 3 alberghi + 1 in costruzione.

La differenza fra loro è minima. In tutta l’isola non c’è altro. Dobbiamo per forza
pernottare li.
Ci fermiamo al Tai Soqotra Hotel. Quello che per loro è il massimo, per noi è un ripiego,
ma ne va tenuto conto prima della partenza.
Cosi ci ritroviamo in una stanza ampia, con un’enorme tappeto chiaro a terra abbastanza
macchiato, due letti addossati ognuno ad una parete, con batuffoli di polvere sotto,
un mobile frigorifero con sopra un televisore che non funziona, una sedia con sopra
un telefono che non funziona, un tappeto per la preghiera, l’indicazione della mecca
sulla parete, un antibagno con un lavabo, un secchio, uno specchio, un bagno senza
acqua calda con il solo water e la doccia quasi sopra ad allagare il tutto. Niente armadi.
Però c’è l’aria condizionata e una ventola a soffitto: peccato che la prima è solo troppo
rumorosa e la seconda sparge nuvole di polvere. Ma non ne abbiamo avuto bisogno.
La temperatura è ottimale: il giorno si sta in maglietta, la sera un pò di escursione
termica ci fa dormire decentemente. C’è qualche zanzara, ma noi abbiamo provveduto
portandoci da casa le piastrine antizanzare. (Non abbiamo fatto nessuna vaccinazione).

Superato il primo impatto, decidiamo che va benissimo, a parte l’acqua fredda.
Dopo qualche giorno in 2 stanze arriva il boiler, per nostra fortuna una è quella
della nostra guida, cosi gli ultimi 2 giorni, andiamo a prestito del suo bagno e
riusciamo ad avere la doccia calda.
A parte la camera, l’albergo dà allegria, l’ambiente è familiare, ci sono ragazzi
che corrono sorridendo ad ogni tua richiesta, tavolini sul cortile antistante
la camera che fa da ristorante, dove la sera gli isolani fanno trebbo e dove qualche
turista cena, una specie di bunker con una feritoia dove dentro si fa il pane,
cortesia, semplicità, sorrisi e capre. La dannazione e la benedizione di quest’isola
che ne e’ invasa.

A Soqotra mancano 3 cose: i cani, i mendicanti, i ladri.
I cani perchè hanno provato di portarne uno, ma si mangiava le capre e quindi lo hanno
soppresso, i mendicanti, perchè i Socotriani sono un popolo beduino (pescatori o pastori)
molto orgoglioso e non chiederebbe mai l’elemosina, i ladri perchè qui non c’e’ la
concezione del furto. Se non hai di che vivere, la tua tribù ti aiuta, se rubi, non
vali niente come uomo e così puoi anche essere ucciso. (Questo vale un po’ in tutto lo Yemen).
Quindi, preso possesso dei nostri appartamenti, bevuto un tè al cardamomo con chiodi di
garofano e cannella (una favola), si parte subito alla volta di Dihamri a est di Hadibu.
Ci fermiamo a visitare il loro porto (molto piccolo) dove c’e’ una barca da scaricare con
il vecchio metodo del passamano.

Fanno compagnia alle barche dei vecchi camion Fiat che da noi si usavano 40 anni fa.
Attraversando strade sterrate arriviamo alla spiaggia di Dihamri. Si riconosce da 2
pinnacoli in terra rossa. Qui si può fare snorkeling. Non c’è sabbia, ma ciotoli rossi.
Io, nonostante il mio costume intero, non ho il coraggio di farmi vedere dalla guida,
mi sono immedesimata un mucchio sui costumi delle loro donne e mi sembra una forma di
rispetto verso tutti non ostentare nudità. Mio marito si immerge in questo pezzo di mare
arabico e quando torna è la felicità in persona. A pochi metri ha avvistato una tartaruga
e tantissimi pesci sia piccoli che grandi da barriera corallina.

Peccato che il mare sia un pò mosso, unico neo che ci sarà per tutto il periodo della
nostra vacanza.
Una costruzione in pietra, con sotto dei materassini, ci aspetta per un meritato relax
e per il pranzo preparato da un pescatore che si è inventato un ristorante fra i ciotoli
di questa spiaggia.
Pesce, riso e salsa di patate e pomodori accompagnati da pane arabo. Ci portano anche
la forchetta, il coltello non l’ho mai visto, ma si mangia con le mani, come loro.
Abbiamo come spettatori dei falchi egiziani, uccelli bellissimi quando sono in volo,
ma goffi sulla terra. Aspettano qualche avanzo.
Verso le 16 torniamo, Khalead ci fa conoscere una famiglia con tanti bambini che
coltiva una specie di orto botanico. I bambini stanno imparando a rispettare e a
conoscere l’importanza delle piante che vivono a Soqotra. Stanno nascendo piccole
scuole a questo proposito.

Una doccia fredda, e io indosso il mio vestito arabo (comodissimo; donne pensate che
meraviglia non dover essere soggette alle mode, a non dover indossare capi aderenti
che ti fanno grassa, magra, non dover pensare ai capelli se in ordine o no…indossi
questa tunica e sei bellissima).
Scendiamo ed abbiamo qualche sorpresa:
La prima e’ che di fronte al bar/ristorante adiacente all’albergo c’e’ un internet
point. Magnifico per poter comunicare, anche perchè qui il cellulare non funziona.
C’e’ anche Skype, incredibile.
La seconda e’ che ci troviamo attorno una ventina di italiani (ma sono proprio
dappertutto!!) tutti pensionati in vena di baldoria e che pernottano nel nostro
albergo. Così, nonostante avessimo chiesto per cena della capra, ci troviamo a
mangiare come loro una grossa aragosta. Buonissima, ma a me non piace.

Per l’occasione viene allestito uno spettacolo, il primo sull’isola. Tutti gli uomini
di Hadibu sono presenti nel cortile del nostro albergo. Arrivano 7/8 ragazzi vestiti
con un pareo ed una maglietta bianca che al ritmo di qualche tamburo e delle mani si
prodigano in una danza tribale accompagnata da una nenia che alla fine ti prende.
Ho visto spettacoli peggiori. Alla mancanza di donne locali, sopperiscono le nostre
italiane che si lanciano in contorsioni di seno e glutei che lasciano ipnotizzati gli
uomini presenti.
23 Gennaio 2007
Ore 8 colazione con il loro pane caldo (e’ una specie di pizza friabile) , formaggini,
miele locale, the o caffè.
Di nuovo sulla Toyota (ma l’autista ha molto da imparare o meglio, sui fuori pista
è un genio, ma sull’asfalto si addormenta o si distrae…rimpiangiamo Ali ) e ci
avventuriamo verso il cuore dell’isola a Daksem .
Lungo il percorso della foresta di Socotra finalmente vediamo gli alberi del drago
che crescono a circa 1000 mt. di altitudine. Vengono chiamati in questo modo per
la resina rossa che stillano e che viene usata dagli isolani per disinfettare,
colorare o come medicamenti.

Tanti piccoli villaggi appaiono dove meno te li aspetti così come tanti bambini che
sembrano dispersi fra le caprette.
Osserviamo anche gli alberi dell’incenso (ne esistono 8 specie), gli alberi bottiglia
che diventano rose del deserto quando fioriscono, bellissimi, crescono senza avere
quasi radici a strapiombo sulla roccia.

Per strada prestiamo la nostra ruota di scorta a qualcuno che ne ha bisogno.
Lo spirito dell’amicizia al di là del non conoscersi. Noi non l’avremmo mai fatto.
Qui il traffico è quasi inesistente e le strade sterrate molte.
Proseguiamo fino all’altra costa, quella sud dell’isola fino all’oceano indiano.
Poco prima di arrivare in vista dell’oceano dirottiamo all’interno di una grande
pianura secca e polverosa dove c’è una grotta vecchia di millenni con delle
stalattiti interessanti.
Si dice che il presidente a volte viene qui quando deve fare consultazioni segrete.

Il fuoristrada ci lascia alla base di un sentiero roccioso. Si sale faticosamente
a piedi per arrivare alla grotta di Alkaf (non so come si scrive). All’interno un
ragazzo aspetta le sue capre.

Eccoci sulle dune di una spiaggia fantastica, però, non siamo soli…il vociferare
che sentiamo appartiene al gruppone di Italiani.
Preferiremmo la solitudine, ma ci aggreghiamo e facciamo un bel bagno tutti insieme
fra le onde di quest’oceano indiano dai colori unici. Anche il pranzo è in compagnia,
capiamo la nostra guida che finalmente può rilassarsi insieme ad altre guide.
Naturalmente veniamo avvicinati da un quasi compaesano che abita a qualche km da
casa nostra.
Stiamo con loro giusto il tempo del pranzo (pane arabo con insalata di tonno, riso
e verdure), poi noi torniamo verso Hadibu. Dobbiamo vedere una cosa che a mio marito
interessa molto.
Lungo la strada del ritorno veniamo salutati dai dromedari che solitari pascolano.
La colonna sonora di tutte le nostre escursioni è una piacevole musica araba che
aumenta il senso di pace e di benessere.

Ecco quello che mio marito vuole vedere: carri armati russi sulla spiaggia ad ovest
di Hadibu ( ne incontreremo altri un pò ovunque). E’ severamente proibito avvicinarsi
e fotografarli. Se i militari lo scoprono a noi turisti sequestrano la macchina
fotografica, per la guida invece ci sono 3 mesi di galera.
Khalead è troppo buono e vuole fare contento il suo “amico” quindi, visto che la
strada è deserta, lo fa scendere al volo e, intimandogli di fare presto lo lascia
curiosare per pochi minuti, guardandosi continuamente intorno.

Qualche km più avanti ci addentriamo in un’immensa spiaggia chiamata “delle tartarughe”
perché qui esse vengono l’8 mese (come dice Khaled) a deporre le uova. La sabbia e’
delle più morbide, i piedi sprofondano. Al margine della spiaggia ci sono conchiglie
bellissime di ogni dimensione, sassi, arbusti e fiori (è incredibile come in ogni posto
visto finora fra la sabbia, i ciotoli, la terra arida, un fiorellino minuscolo solitario
o un piccolo cespuglio di fiori, nascano). Io non riesco a prendere su niente. Secondo
il mio personale punto di vista tutto deve rimanere al suo posto.

La sera dopo cena visitiamo da soli Hadibu, Dio quel richiamo del muezzin, e’ fantastico!
Giriamo fra i vicoli bui della capitale (è comoda una pila), fra i negozi poco illuminati,
entriamo a curiosare, ovunque sorrisi, nessuno ci disturba, arriviamo al piccolo souk
(l’immancabile mercato), un piccolo labirinto…
24 Gennaio 2007
Si parte per Qalansia, la punta ad ovest dell’isola . Facciamo piccole soste per
acquistare acqua, pane, sigarette. Qui i negozianti ti servono direttamente sull’auto,
servizio a domicilio.

Naturalmente si sale, la strada anche in questo tratto è nuova.

Incontriamo gli alberi dell’incenso del libano che non avevamo ancora visti, tocchiamo
la loro profumata e appiccicosa resina.
Dopo 2 ore circa arriviamo al porto di Qalansia. C’è movimento, qui i bambini vogliono
la “sura” (foto), ma nel gruppo qualcuno si nasconde. Sembra che solo i bambini piccoli
amino le foto e soprattutto amano poi vedersi nel monitor della digitale, avessi avuto
una polaroid, li avremmo fatti felici.
Gli adulti, dopo una prima occhiata incuriosita,tornano al loro lavoro.

Assistiamo allo svuotamento di una barca, sulla spiaggia rimangono tante teste di pesci
che loro puliscono subito. Il villaggio è immerso fra tantissime palme e, come tutti i
villaggi, le case sono dei muri quadrati con una porta, senza tetto apparente.

Riprendiamo il cammino, sotto l’occhio di una postazione militare che domina una collina.
Noi ci passiamo sotto, l’aggiriamo e poi improvvisamente la jeep si ferma su una salita.
Dobbiamo scendere.

Quello che si presenta ai nostri occhi è la cosa più bella che io abbia mai visto.
Un’immensa spiaggia bianca con alla nostra sinistra un mare turchese e alla nostra
destra colline che sembrano innevate. E’ la sabbia che coi venti è salita ed ha formato
dune alte anche 40 metri.
Camminiamo incantati a piedi nudi. Non c’è nessuno se non noi e qualche fenicottero
che è incurante dei nostri passi, osserviamo le tane di centinaia di granchi, non faccio
che scattare foto, non riesco a riempirmi di così tanta bellezza e inoltre, continuando
lungo la spiaggia, notiamo dei cambiamenti. In alcuni punti la sabbia è appena bagnata
dall’acqua e fa da specchio alle montagne sopra. Queste si riflettono come su un piccolo
lago. In altri punti l’effetto ottico è quello di una stesa di schiuma, poi di una
palude verde. Uccelli marini si alzano in volo per pescare, e si riuniscono su piccoli
lembi di spiaggia che affiora dal mare. Mi sento “niente” davanti a tutto questo.
L’immensità, si per me questo posto e’ l’immensità.

La percorriamo tutta questa spiaggia da sogno, i nostri piedi si bagnano nell’acqua
bassa della riva e scopriamo parecchie razze anche di grosse dimensioni, mimetizzate
sotto la sabbia. Qualche capretta appare all’orizzonte anche qua.
Alla base di una collina c’è una piccola radura piana, troviamo un arbusto un pò più
alto degli altri e ci mettiamo sotto un tavolo con un ombrellone e 3 sedie che avevamo
caricato sulla jeep alla partenza.

La guida e l’autista vanno nel villaggio per provvedere al pranzo, mio marito va con
loro e io mi ritrovo completamente sola, senza nessun timore, con una pace interiore
provata poche volte. Il pareo addosso, tiro fuori il mio libro interrotto e dando le
spalle alla montagna col viso rivolto verso quell’azzurro tenue, comincio a leggere
qualche pagina. Il sole è caldo, l’aria ventilata, si sta da Dio. Relax puro.
Mi fa compagnia una capretta seduta all’ombra di un arbusto lì vicino.

Purtroppo gli uomini tornano troppo presto. Portano un termos con dentro il loro
meraviglioso the.
Si pranzerà presso una famiglia amica dell’autista. E’ un regalo di Khaled, dice che
ha capito che non siamo i soliti turisti, e che rispettiamo la sua gente, apprezza e
rispetta il mio pudore, quindi ci vuole portare in una casa locale a mangiare come
fossimo ospiti Socotriani.Sono senza parole, commossa, e non sono la sola.
Non abbiamo voglia neanche di fare il bagno tanto è’ la pace che regna sotto a
quell’ombrellone e qui, la nostra guida si sbottona, raccontandoci di lui, della
moglie, delle figlie. E io giù domande a non finire, e lui sempre a rispondere.
Si è stabilito un feeling ormai, una sorta di amicizia che “senti” al di là dei gesti
e delle parole. Io non so se tutto quello che ci ha raccontato sul suo privato, sulla
politica, sulla religione, sulle donne, sia vero al 100%, ma voglio crederci, perchè
ho percepito sincerità.
Si avvicina l’ora del pranzo, entriamo in una di quelle case di pietra viste solo
dal di fuori. All’interno c’è un cortile, una stanza sulla destra con dei tappeti e
dei cuscini che servono per sedersi e mangiare. Un letto è addossato ad una parete,
di fianco alla porta, un televisore coperto e la foto del presidente.

Obbligatorio togliersi le scarpe prima di entrare. Naturalmente mi scappa la pipì,
come fare a dirlo? Ci pensa mio marito. Di fronte alla porta di ingresso, quindi
dall’altra parte del cortile c’è un muro con un’apertura laterale. Dietro al muro
c’è una turca, un enorme bidone arrugginito colmo di acqua, una pietra smussata
con un sapone appoggiato, il tutto a cielo aperto.
Non vedo donne, ma quando torno, al centro della stanza è stata posta un’enorme
ciotola di riso (è troppo buono, ci mettono la cannella e i chiodi di garofano come
per il the), arriva un’altra ciotola con del pesce speziato, e una più piccola con
una salsa di patate stufate. Osservo la nostra cara guida e l’autista come prendono
il riso con le mani, è un’arte, lo mischiano nel piatto comune, poi fra le dita e poi
curvano queste a mo’ di cucchiaio. Io e mio marito siamo molto goffi, ridendo di noi
ci fanno portare 2 cucchiai. Io ne approfitto, mio marito imperterrito no.
Ora devo ringraziare la padrona di casa e devo andarci da sola, mi aspetta, seduta su
una stuoia, in una stanza adiacente. La costruzione sembra un enorme scatolone di
mattoni aperto sul lato del cortile. Non capisco una parola di arabo e lei nessuna
di italiano, quindi a gesti e con tanti sorrisi cerchiamo di simpatizzare. Insieme a
lei una ragazzina col velo nero , ma il volto scoperto tiene in braccio una bimba di
un paio di anni.

La donna improvvisamente si scopre il viso, sono esterefatta. Una bellezza, truccatissima,
con rossetto e guance rosse, e persino l’ombretto rosso. Lei a gesti mi chiede perché io no.
Non so che rispondere. La bimba piccola appena si accorge che la donna è senza il velo
scoppia in pianto disperato. Lei si ricopre subito. Questo dice molto su come sia
radicato fin dalla primissima età il culto del viso coperto.
Saluto, ringrazio, fotografo la ragazzina e la bimba e torno nell’altra stanza.
Per rispetto non ho nemmeno chiesto di poter fotografare il bel viso della donna.
Ancora non so che mi aspettano altre emozioni.
Torniamo alla spiaggia al nostro relax.
Da lontano vedo scendere dalla montagna dei gruppetti di donne tutte vestite con il
tradizionale abito nero (in altre parti dell’isola le donne sono invece vestite con
degli abiti coloratissimi).
La guida mi spinge ad avvicinarmi a loro. Mi vesto, mi metto il pareo a mò di foulard
sulla testa e con noncuranza faccio finta di passeggiare, intanto mi avvicino.
Con mia sorpresa due di loro si staccano dal gruppo e mi passano vicino. Io le saluto,
loro si fermano, mi danno la mano. Hanno in braccio delle brocche, mi fanno capire che
vanno a prendere l’acqua in un pozzo lì vicino. Voglio andare con loro? Rispondo di si.
Arrivati al pozzo si scoprono la faccia e ancora una volta non posso che ammirare quegli
ovali perfetti, quei capelli nerissimi, quegli occhi da birichine e i loro rossetti
viola e rosso. Gesticolano molto in un modo tutto arabo, civettano, e insistono, sempre
a gesti, perchè io vada con loro al di là della collina. Mio marito è piccolo
all’orizzonte, so però che all’occhio vigile di Khaled non scappa niente, quindi vado.
Sorpresa: al di là della collina c’è un cerchio di colori. Una ventina di ragazze dai
12 ai 25 anni circa, sono sedute in cerchio, si sono tolti i loro “balto” (non so come
si scrive).
Khalead ci dirà poi che è un copriabito che indossano le donne quando escono e che
ogni 3 mesi cambia di moda così che le donne, che sono molto civettuole, possano rinnovarsi.
Quella tunica nera nasconde dei vestiti bellissimi e coloratissimi. Le due ragazze che
sono con me si svestono ed entrano nel cerchio iniziando a ballare al suono di una musica
araba molto sensuale. Hanno un piccolo mangianastri. Ma chi ha insegnato loro a ballare
in quel modo? Addirittura ad occhi chiusi. Emanano una sensualità che al confronto le
nostre donne italiane…va beh!!!
Poi si danno il cambio, naturalmente invitano anche me. Il brutto anatroccolo ecco
come mi sento fra questi corpi alti, sinuosi, eleganti senza sapere di esserlo.
Devo andare, le saluto, mi corrono dietro, mi abbracciano tutte e io, mi commuovo
fino alle lacrime. Torno dai miei uomini che piango come una fontana. Si commuovono
anche loro al mio racconto. Khaled mi spiega che probabilmente c’è un matrimonio.
Intanto vediamo arrivare altre donne più anziane portate in auto dai mariti, che
scendono poi da sole, cariche di cesti, verso il luogo del ritrovo.
Impossibile dimenticare quest’incontro. Le foto più belle sono queste, le foto che
non ho scattato.
Ora sarei pronta a guardare negli occhi quelle macchie nere che erano sull’aereo.
Torniamo verso la base, incontriamo un uomo su un dromedario, solitario. Tutti gli
esseri che incontriamo mi sembrano piccoli e soli in mezzo a questa natura così
diversa e selvaggia. Qui è lei che comanda.

La sera, prima di cena, di nuovo passeggiata nel cuore di Hadibu alla ricerca di un
barbiere. Mio marito vuole farsi fare la barba. In un vicolino lo troviamo: è un
ragazzo giovane che ha eletto a negozio una stanza appena intonacata. Alle pareti
ci sono 4 specchi tenuti su da mensole di legno di circa 2 cm. Fili di spago fissati
a dei chiodi, rendono più stabili gli specchi. Le sedie sembrano vecchi seggioloni e
sono rialzate con strati di assi di legno inchiodate alla meno peggio. Rendono più
accogliente quel grigiore, poster di squadre di calcio non bene identificate,
tranne quello dell’Italia. Occupa il posto d’onore. Da una radio esce una voce
suadente che recita passi del corano (credo). Una voce che ipnotizza e dà serenità.
Nonostante tutto, nonostante le nostre diverse culture, abbiamo sempre qualcosa da
imparare. I buoni musulmani sanno stare in pace.
E la cordialità di chi, pur essendo arrivato prima di te ed è un po’ che aspetta,
ti cede il posto, insistendo con un sorriso, fa pensare alla nostra “diversità”.
La spesa è l’equivalente di 40 centesimi di euro.
25 Gennaio 2007
E’ il nostro ultimo giorno a Soqotra.
Scopriamo che attaccato al nostro albergo c’è l’università.
Ci dirigiamo verso Irsel, l’estrema punta a est dell’isola. La strada asfaltata è
poca, poi tutti sentieri sterrati. E anche qui la prova dell’umanità e del senso di
amicizia che lega questo popolo. Per due volte il nostro sentiero è interrotto da
dei massi. In entrambi i casi persone sconosciute ci aiutano fra sorrisi e saluti.

La strada si fa sempre più difficile, la mia schiena è un po’ dolorante. I sentiero
non esiste più, dondoliamo continuamente su sassi, sabbia, scogli. Il paesaggio però
è magnifico. I colori si sono uniti e divisi per stupirci. Per qualche tratto tutto
è rossiccio, poi tutto verde, poi tutto bianco, poi grigio, indescrivibile a parole.
Incontriamo una distesa di piante di aloe che sembrano fiori.

Da soli non saremmo mai arrivati fin qua. Inconcepibile.
Stiamo costeggiando il mare.
Arriviamo in un punto che chiamano Aaraat???. Dalla montagna scende un ruscello di
acqua dolce che arriva fino al mare distante pochi metri. Attorno al ruscello cresce
un tappeto di erbetta verde. Sembra un paesaggio anche questo da presepe. Addossata
alla montagna , un’enorme duna di sabbia finissima. Mio marito prova a salire, ma
a metà strada ci rinuncia e torna scivolando col sedere a mò di slittino.
Una marea di uccelli pescano e si riposano sugli scogli, ma c’è anche la spiaggia
che sembra borotalco e i fiori e le immancabili caprette.

Improvvisamente si materializzano dal nulla 4 bambini pescatori. Li osserviamo al
lavoro: a mani nude scavano nella sabbia alla ricerca di granchi. Ne prendono uno
bello grosso. Da vivo lo smembrano e usano le chele come esca agganciandole ad un
amo legato ad un filo di bava arrotolato attorno ad un pezzo di legno e tenuto
stretto in vita dal pareo che indossano. Il corpo del granchio viene schiacciato
e buttato in acqua. Neanche il tempo di puntare la telecamera e gia la pesca ha
dato i suoi frutti. Tirano su il primo pesce, un altro lancio ed ecco il secondo
pesce…penso ai nostri pescatori e alle interminabili attese davanti alle loro
attrezzature costate magari centinaia di euro.

Poi arriva il padre dei ragazzi e, avvicinandosi al ruscello, ci avverte che c’è
una specie di grosso scorpione d’acqua velenoso. Io maldestramente scivolo su un
sasso e cado a mollo nel torrente con telecamera e macchina fotografica. Sono
disperata, ma alla fine tutto si risolve, una volta asciugati gli attrezzi tutto
sembra funzionare di nuovo. Diamo del pane ai ragazzi e loro ci offrono del pesce.
Li carichiamo sulla jeep per riportarli ad Irsel il loro villaggio. Cavolo, dista
un bel pò e questi se la sono fatta tutta a piedi e scalzi fra le rocce taglienti.
Nonostante la posizione scomoda che occupano dietro, ridono come dei matti e salutano
le persone che incontrano sentendosi importanti.
Arrivati ad Irsel, i bambini mi fanno vedere una innocua biglia che loro hanno
trovato sulla spiaggia e a gesti capisco che per loro è come fosse una perla,
importantissima e vogliono una conferma da me. Faccio si con la testa, come si fa
a deluderli!! Sono felici. Intanto alcuni pescatori hanno tirato su dei pesci enormi,
ma si arrabbiano perchè non vogliono foto. Solo ai pesci dicono.

Il pensiero del ritorno mi preoccupa. Quanta strada ancora da fare e che strada!!!
Però stanno costruendo dell’asfaltata. Non so se essere contenta o no.
Fra qualche anno anche Socotra sarà cambiata e visitare posti come Irsel sarà più
comodo, ma meno avventuroso e meno vero.
26 Gennaio 2007
Ore 6.00 del mattino, ultima colazione. Il cielo è triste per la nostra partenza,
dice la guida, infatti pioviggina. Oggi è venerdì, giorno di festa per gli yemeniti
e l’unico dedicato al riposo.

Alle 10.30 circa siamo di nuovo a San’a.
Sorpresa! Sotto la scaletta dell’aereo c’e’ Ali che ci aspetta per salutarci.
E’ un bell’incontro. Caro Ali, col suo giubbotto abbottonato. Intravedo un tesserino,
ma faccio finta di niente. Deve essere importante per poter stare sulla pista, dal
pulmino lo osservo mentre sale sull’aereo vuoto. Mah!!!
Il nostro programma per oggi sarebbe quello di trasferirci subito al Movenpick,
riposino, pranzo, visita al souk di San’a e poi trasferimento all’aeroporto per il
ritorno in Italia.
Ma dai!!! Khaled stravolge tutto. “Non potete tornare senza aver visto qualcosa nei
dintorni di San’a…siete stanchi?” Risposta: no! E non vogliamo neanche andare al Movenpick.
Ok, un paio di telefonate e ci cambia il mega hotel con uno nel cuore della vecchia
San’a gestito da yemeniti simpatici e con un cuoco favoloso.
Ma per ora niente sosta. Si va subito, con le valigie in auto, verso Wadi Dhahr dove
sorge il famoso palazzo sulla roccia a 14 km circa dalla capitale. Visitiamo l’interno,
una cosa bellissima sono le finestre in alabastro colorato, le sale della masticazione, i
l cortile interno con le fontane, la cucina e alcune grotte che servivano da dispensa.
Molto belle anche le rovine e le strutture intorno alla vallata, immerse in piantagioni di qat.

Scopriamo che tanti yemeniti vengono qui il venerdì per fare una gita, infatti è molto
turistico. Ci sono bancarelle e purtroppo anche qualcuno che ha capito che al turista
si possono chiedere dei soldi, in qualsiasi modo, sia facendolo sparare con un fucile
di legno, sia prestandogli un falco per una foto. Tutto questo non mi piace, ma è una
realtà comune a tutti i posti dove il turismo ormai ha intaccato l’essenza dei popoli…c’è
sempre il risvolto della medaglia no?

Gli uomini sono vestiti con la tunica bianca della domenica , il cinturone in vita con
la jambiya, (un pugnale ricurvo con la fodera decorata) e la giacca sopra. Una cosa
curiosa questa, per me…quante giacche, anche addosso ai bambini piccolissimi che a
malapena camminano.
Ora via di corsa verso un’altra meraviglia: l’origine di San’a. Un insieme di grotte/case
vecchie di millenni costruita sembra da Cam (figlio di Noè) e da dove è poi partita
l’attuale San’a.
E qui, davanti a questo spettacolo, le lacrime scendono. E’ come un dejà vu…inspiegabile.
Sentiamo uno sparo.
E’ festa!
Visitiamo un loro cimitero: lapidi tutte uguali, senza foto, con scritte solo da data di
morte e il nome, a volte neanche questo. Mi piace.
Entriamo in una strada che sembra una pista d’atterraggio tripla. Ci dice la guida che
è la strada dove viene fatta la parata in onore del presidente. E’ enorme, come è enorme
il perimetro attorno alla residenza del presidente.
Sono ormai le 3 del pomeriggio, l’auto si ferma davanti ad un palazzo in una stradina anonima.
E’ la casa di Khaled, ci fa l’onore, anche se lui dice che l’onore è il suo, di farci
visitare la sua casa e conoscere la sua famiglia. Prima la madre, donna di una classe
innata, bellissima con un portamento da regina somala, poi il cognato, giovane che viaggia
il mondo e che lavora per un’associazione pro Somalia, infine la moglie, timida, bella.
Con grazia, mi offre un regalo: un bruciamirra con una ciotola di mirra. Le donne la usano
per profumarsi prima di un incontro ravvicinato col marito. E’ il loro modo di offrirsi:
“profumo di mirra, quindi sono pronta”. Anche qui nodo in gola, io non ho niente da offrire.
Un saluto alla moglie che è una settimana che non vede e ancora lui, la nostra guida,
sta con noi.

Ci inoltriamo per un'altra via che era un vecchio fiume in secca ed ora è la strada che
conduce al cuore di San’a.
Si continua a piedi fino al Queen of Sheba Hotel. Ci aspetta un tavolo apparecchiato
in un cortile attorniato da muri rossi, intimo, accogliente. Il cuoco ha preparato una
zuppa/purè di patate ottima, il o la Kabbza (piatto bollente fatto con pomodori, fieno
greco, carne mista, spezie) accompagnata dal vero, originale pane arabo (mmm che buono),
compaiono ancora piatti con riso al cardamomo con aggiunta di uva secca, pepe, e poi
verdura mista, un pollo divino, colona sonora il muezzin col suo richiamo alla preghiera.
Non riusciamo a finire, ci scusiamo col cuoco che tranquillamente dice: quello che rimane
lo mangiamo noi stasera, non preoccupatevi.
Il titolare mi fa visitare l’albergo fatto a torre, fino alla terrazza da dove si domina
la città. Capisco perchè è patrimonio dell’umanità. Sembra appena uscita da un libro di
fiabe e decorata con lo zucchero filato.

Arriva un po’ di relax sia per noi che per Khaled.
A noi viene data addirittura la suite al penultimo piano. Dentro è una carineria da
mille e una notte. Una stanza da letto con drappeggi colorati e finestre di alabastro
che con il sole formano giochi di luce sul pavimento, un salotto con divani, cuscini e
tappeti, un bagno grande con vasca. E dire che non dobbiamo neanche dormirci.
Staseraabbiamo il volo di ritorno.

Dopo un’ora scendiamo e troviamo tutti gli uomini stesi su dei cuscini in una piccola
sala a masticare qat. E’ un qat party…ok…ci aggreghiamo, ma per 5 minuti.
Continuiamo la masticazione per strada sotto gli sguardi di approvazione e simpatia
degli yemeniti.

Dobbiamo ancora visitare il souk. Ci incamminiamo attraverso stradine piene di bancarelle,
negozi, venditori di incenso, di argenti, di caffè , di mirra ecc….
Facciamo qualche acquisto intanto che osserviamo l’architettura fantastica di questa città.
Visitiamo il mercato degli asini il cui padrone è un bimbo di circa 8 anni.
Chiede di dove siamo, e se ci piace masticare.

C’e la via dei fabbri, dei vasai, visitiamo una caravanserraglio dove è stato girato
un famoso film di Pasolini.
Arriviamo alla porta della città, porta che fino a qualche anno fa veniva chiusa alle
6 di sera e non era dato più a nessuno nè di entrare nè di uscire.
Ambulanti vendono immagini di Saddam Hussein ormai eletto a martire.

Torniamo all’albergo. E’ pronta la cena. Pesce, verdura, riso, ma chi è che ha fame!
Non tocchiamo quasi niente, beviamo forse l’ultimo buon the, e saliamo per una doccia
e un ultimo controllo a valigia e documenti. Scendiamo di nuovo. Notiamo di fare una
certa fatica per quelle scale strette. Ci dicono che siamo a 2400 mt. circa di
altitudine, quindi è normale sentirsi affaticati. Cavolo, ma io soffro di altitudine
e non me ne sono neanche accorta. Pensavo di essere solo un po’ stanca.
Ok.. l’ora dei saluti, gli uomini sono ancora alle prese col loro party.

Diamo una mancia a Khaled che non può rifiutare anche perchè gli ho fatto promettere
che una parte la userà per acquistare un regalo da parte mia alla moglie. La accetta.
Ci scambiamo il num. di cell. Ci accompagna all’aeroporto per le 11 e ci lascia
all’entrata. Ora lui non può entrare, non può più fare niente. Siamo soli.
Un abbraccio commosso, ciao Khaled, ci sentiamo.

E’ stata una settimana talmente intensa da sembrare lunga 1 mese e nello stesso tempo
è volata via così presto.
Il volo parte alle 2 di notte. Siamo già nel gate (una unica stanza con qualche mercanzia,
sigarette e un bar), quando vediamo apparire un giubbotto marrone. E’Ali, ed è al
telefono con Khaled che vuole sapere se abbiamo avuto intoppi, se e’ tutto ok.
Caro, caro amico che ti preoccupi ancora per noi. Senza di te, lo Yemen avrebbe avuto
un altro sapore.
Grazie e a presto, Inshallah (se Dio vuole).
Ciao.